mercoledì 7 giugno 2017

SEMINARIO CON M° TAMBURELLI

Attento, ci siamo! 
L'atmosfera è già carica nel Dojo, tante le aspettative e grande è la gioia...
Sta arrivando lo Stage a cui davvero non puoi mancare...!

Il Seminario è aperto a tutti i praticanti di ogni grado e federazione, purché debitamente assicurati per la pratica.

Segnatelo in agenda, ti aspettiamo!

mercoledì 24 maggio 2017

SIAMO ELEFANTI IN CATENE?

C'è una bella storia, famosa nel mondo della formazione, che nasconde un messaggio importante, quando abbiamo a che fare con i nostri limiti, o almeno quelli che crediamo essere tali...



“Quando ero piccolo adoravo il circo, ero attirato in particolar modo dall’elefante che, come scoprii più tardi, era l’animale preferito di tanti altri bambini. 
Durante lo spettacolo faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza davvero fuori dal comune… ma dopo il suo numero, e fino ad un momento prima di entrare in scena, l’elefante era sempre legato ad un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe. Eppure il paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno soltanto per pochi centimetri. E anche se la catena era grossa mi pareva ovvio che un animale del genere potesse liberarsi facilmente di quel paletto e fuggire. 

Che cosa lo teneva legato? Chiesi in giro a tutte le persone che incontravo di risolvere il mistero dell’elefante; qualcuno mi disse che l’elefante non scappava perché era ammaestrato… allora posi la domanda ovvia: “Se è ammaestrato, perché lo incatenano?” Non ricordo di aver ricevuto nessuna risposta coerente. Con il passare del tempo dimenticai il mistero dell’elefante e del paletto. Per mia fortuna qualche anno fa ho scoperto che qualcuno era stato tanto saggio da trovare la risposta:  l’elefante del circo non scappa perché è stato legato a un paletto simile fin da quando era molto, molto piccolo.  

Chiusi gli occhi e immaginai l’elefantino indifeso appena nato, legato ad un paletto che provava a spingere, tirare e sudava nel tentativo di liberarsi, ma nonostante gli sforzi non ci riusciva perché quel paletto era troppo saldo per lui, così dopo vari tentativi un giorno si rassegnò alla propria impotenza. L’elefante enorme e possente che vediamo al circo non scappa perché crede di non poterlo fare: sulla sua pelle è impresso il ricordo dell’impotenza sperimentata e non è mai più ritornato a provare… non ha mai più messo alla prova di nuovo la sua forza… mai più!   
A volte viviamo anche noi come l’elefante pensando che non possiamo fare un sacco di cose semplicemente perché una volta, un po’ di tempo fa ci avevamo provato ed avevamo fallito, ed allora sulla pelle abbiamo inciso “non posso, non posso e non potrò mai”.

Quante volte ci comportiamo come l'elefantino, ormai cresciuto? Quante volte ci lasciamo frenare da quelli che crediamo essere i nostri limiti, solo perché non abbiamo mai più provato a spingerci oltre?


[La storia è tratta da: Déjame que te cuente di Jorge Bucay – Ed. RBA]


lunedì 8 maggio 2017

L'INCREDIBILE VITA DI MIYAMOTO MUSASHI



Il suo vero nome era Shinmen Musashi no Kami Fujiwara no Genshi: Il più famoso samurai della storia del Giappone. La sua vita ha dell’incredibile e lo pone come uno dei personaggi più interessanti, non solo del Giappone, ma di tutta la Storia dell’umanità. Non solo fu un leggendario spadaccino che affrontò, senza perdere mai, decine di duelli, la maggior parte dei quali all’ultimo sangue, ma fu anche un valente artista; eccelleva nell’arte della pittura, nella calligrafia, nella scultura e come poeta: le sue opere, di grandissimo valore, sono oggi conservate in vari musei. Scrisse uno dei più famosi trattati di strategia e di filosofia applicata al combattimento: Il Libro dei Cinque Anelli. In questo trattato, scritto nel 1645, Musashi riassunse tutta la sua esperienza di maestro dell’arte della spada. Fondò anche una scuola di arti marziali, la Niten Ichi Ryu che insegna il combattimento a due spade: una lunga (Katana) e una corta (Wakizashi ). Ma sono le sue gesta di schermidore quelle che gli hanno consentito di entrare nella leggenda; fino all’età di 29 anni, cioè fino allo scontro con Kojirō Sasaki, partecipò a sessanta duelli. Partecipò anche a varie battaglie tra cui quella di Sekigahara in cui militò tra le file, perdenti, dei seguaci della famiglia Toyotomi. Sul personaggio di Miyamoto Musashi esiste una vasta letteratura; sono stati compiuti numerosi studi e i giudizi sul personaggio sono estremamente variegati. Sui momenti topici della vita di Musashi esistono molteplici versioni e, molto spesso, risulta difficile, se non impossibile, stabilire la verità dei fatti. A prescindere dalle versioni, è innegabile che Musashi sia da considerare uno dei più grandi samurai della storia giapponese. Nacque nel 1584 a Miyamoto-Sanoma nella provincia di Mimasaka che oggi fa parte della prefettura di Okayama. Già in tenera età mostrò una non invidiabile capacità di procurarsi guai; crebbe guardando il padre samurai insegnare l’arte ai numerosi guerrieri che venivano a richiedere i suoi servizi come maestro. Nel 1596 un samurai di nome Arima Kihei, arrivò in città e mise un annuncio in cui cercava coraggiosi disposti a combattere contro di lui; Musashi, che aveva dodici anni, si fece avanti: fu il suo primo duello. Nonostante fosse armato solo di una spada di legno, e l’avversario con la classica spada affilata come un rasoio, il giovane Musashi vinse ed uccise l’esperto samurai. All’età di quindici anni lasciò il villaggio. Musashi aveva già sedici anni, ma aveva già combattuto in tre guerre. Negli anni successivi percorse il Paese passando da un duello all’altro e, naturalmente, ne uscì sempre vincitore. All’età di venti anni è a Kyoto, l’allora capitale del Giappone. Qui sfidò il miglior spadaccino dell’epoca,Yoshioka Seijuro, il quale raccolse la sfida. Miyamoto Musashi non vinceva i suoi duelli solo grazie alla sua grande forza e sulle sue grandi doti tecniche, ma era un maestro nell’uso di diversivi che operavano sulla psicologia dell’avversario in modo da minare la sua forza. Un tipico esempio fu il duello con Yoshioka che, oltretutto, era a capo di una famosissima scuola di arti marziali. Musashi arrivò tardi al duello facendo così infuriare l’avversario che non si attendeva una mancanza di rispetto, soprattutto da chi aveva gettato il guanto della sfida. Il duello iniziò, ma la mente di Yoshioka, essendo ancora turbata dall’affronto subito, non aveva la lucidità che la situazione richiedeva. Venne deciso che lo scontro non fosse all’ultimo sangue e che fosse combattuto con spade di legno. Il duello si concluse nel giro di pochi minuti con un grande colpo che Musashi assestò alla spalla sinistra di Yoshioka; il colpo fu così violento che Yoshioka dovette essere rianimato e portato via a braccia. All’età di appena vent’anni, Miyamoto Musashi era diventato lo spadaccino più famoso del Giappone. L’affronto subito da Seijuro recò vergogna sull’intera famiglia e il fratello minore, Denshichiro, sfidò immediatamente Miyamoto cercando così di risollevare le fortune della famiglia.
Anche in questo duello Miyamoto ripetè lo scherzetto fatto
 a Yoshioka: arrivò in ritardo innervosendo così l’avversario. Lo scontro fu senza storia e Denshichiro, che era un samurai piuttosto dotato, vi trovò la morte.
 Per la famiglia Yoshioka l’affronto subito era intollerabile: doveva essere vendicato a tutti i costi. Solo la morte di Miyamoto Musashi avrebbe potuto rendere ai Yoshioka l’onore perduto. Centinaia di guerrieri vennero radunati, armati con spade, archi e fucili, per organizzare un’imboscata. Miyamoto venne informato in anticipo del pericolo e questa volta cambiò strategia: arrivò all’appuntamento in anticipo e, nascosto nel fogliame, aspettò i suoi nemici. Vide arrivare i nemici e poi, all’improvviso, sbucò prendendo alla sprovvista un folto gruppo di samurai avversari; individuò, raggiunse ed uccise Matashichiro, il dodicenne nuovo capo del clan; infine, in tutto questo caos, si aprì un varco, attraverso i nemici, e riuscì a fuggire. Negli anni successivi Miyamoto Musashi continuò a duellare per tutto il Paese; attraverso questi duelli all’ultimo sangue, cercava di raggiungere l’Illuminazione, lo stadio finale, il perfezionamento dell’arte del combattimento. A ventotto anni Miyamoto incrociò la lama con Sasaki Kojiro, uno dei più famosi samurai dell’epoca: ne venne fuori uno dei più famosi duelli della storia giapponese. Lo scontro si svolse su un’isola. Anche questa volta Musashi arrivò in ritardo facendo così innervosire l’avversario. Prima di sbarcare sull’isola, Musashi si costruì una spada di legno ricavandola da un remo della barca. Una volta di fronte, i due campioni, si buttarono subito all’attacco. Miyamoto sferrò subito un terribile colpo sulla testa di Sasaki che crollò a terra, ma senza prima aver risposto con un fendente che sfiorò di pochi millimetri la testa di Miyamoto. Anche da terra Sasaki mostrò la sua abilità con un colpo che, però, non andò a segno: bucò solo il kimono di Musashi. Il colpo di grazia avvenne con un grosso colpo al torace di Sasaki Kojiro ancora a terra per il colpo subito precedentemente. 
Le versioni riguardanti questo episodio sono diverse; un altro racconto dice che le due famiglie, di cui Musashi e Kojiro erano i rispettivi campioni, fossero in lotta per il possesso dell’isola e che Kojiro, appena ripresosi dal colpo alla testa, venne giustiziato, mentre era ancora a terra, dai membri della famiglia vincente.

Statua, sull'isola di Ganryu-Jima, dove si svolse il celebre duello tra Kojiro Sasaki e Minamoto Musashi, armato di bokken.
Miyamoto combatteva spesso con un Bokken, una spada di legno usata in allenamento. Si diceva, inoltre, che fosse di carattere difficile, scortese e poco amante dell’igiene personale. Non si sposò mai, ma ebbe tre figli adottivi. Nel 1614-1615 partecipò all’episodio finale della guerra tra i clan Tokugawa, che governava il Paese, e Toyotomi. Musashi era ancora al servizio di Toyotomi Hideyori quando il suo quartier generale, il castello di Osaka, venne circondato dalle truppe dello shogun Tokugawa. Dopo lo scontro con Kojiro, Musashi diradò i duelli a favore di altre attività. Certamente non si sottrasse ai duelli, quando sfidato, ma non li cercò di proposito, come prima. Si dedicò, invece, alla sua scuola e ai suoi discepoli che affluirono sempre più numerosi. Partecipò alla costruzione del castello di Akashi e alla riorganizzazione della città di Himeji dove si stabilì nel 1621. L’anno successivo era di nuovo in viaggio e raggiunse Edo dove cercò, invano, di diventare Maestro di Spada dello shogun Tokugawa. Insieme al figlio adottivo Miyamoto Iori, continuòe il suo pellegrinare per il Paese per arrivare infine ad Osaka. Nel 1634 si spostarono nella città di Kokura ed entrarono al servizio del daimyo Ogasawara Tadazane.
Padre e figlio parteciparono alla rivolta di Shimabara dove militarono tra le file delle forze shogunali impegnate a schiacciare la rivolta. Iori, durante questo conflitto, si distinse ottenendo il grado di Karō, il grado più elevato tra i samurai. Musashi, invece, venne ferito da una delle pietre lanciate dagli assediati. Successivamente, dopo essersi legato al daimyo Hosokawa Tadatoshi, si trasferì a Kunamoto, nel Kyushu, dove si dedicò, principalmente, alla scrittura e all’insegnamento della sua materia preferita: la strategia del combattimento. Dal 1642 cominciò a soffrire di attacchi di nevralgia e l’anno successivo si ritirò in una caverna dove cominciò a scrivere il suo Libro dei Cinque Anelli. Poco dopo aver terminato il libro, morì: era il 13 giugno del 1645. Si pensa che sia stato stroncato da un cancro ai polmoni. L’ultima opera letteraria fu il Dokkodo, composto una settimana prima di morire; una raccolta di ventuno precetti, un testamento spirituale per i suoi allievi. Il suo corpo è sepolto nel villaggio di Yuge. La figura di Miyamoto Musashi è leggendaria e si è stabilita con grande autorità nell’immaginario popolare; ha ispirato decine fra film e prodotti per la televisioni, videogame, libri, anime e manga, libri.
Non è possibile sopravvivere a sessanta duelli senza avere delle qualità e senza poi entrare nella Storia. Musashi combatteva spesso con una spada di legno contro nemici armati di spade d’affilato acciaio, a volte affrontava anche più avversari contemporaneamente, ma uscì sempre vittorioso. La sua grande forza fisica e la maestria nel saper padroneggiare la tecnica, da sole, non bastano a spiegare il suo successo; era anche un profondo conoscitore della strategia militare e della psiche umana che spesso gli permise di ottenere quel vantaggio necessario a vincere i duelli. Fondò una scuola di scherma, la Niten Ichi-ryū, attiva ancora oggi, in cui veniva insegnato il combattimento con due spade, una lunga e una corta. Ai suoi numerosi discepoli, insegnò il coraggio, il disprezzo per il pericolo e per la morte; volle che, come lui, vivessero una vita austera e piena di sacrifici nella ricerca dell’Illuminazione, meta finale di ogni guerriero.

Autore: Cristiano Suriani
Fonte: www.tuttogiappone.eu


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mercoledì 22 febbraio 2017

L'IMPORTANZA DI UN BUON INSEGNAMENTO


Ancora una volta un grande senso di gratitudine ha pervaso il Dojo al termine dei due bellissimi giorni di Stage. Moltissimi sono stati gli insegnamenti ed anche talvolta inaspettati, il lavoro che sempre necessariamente parte dalle basi, ricco ed estremamente utile e come sempre generose, precise e puntuali le correzioni durante la pratica. Davvero resta poco spazio per le parole, solo grande riconoscenza... Grazie Maestro ed arrivederci a presto!











martedì 7 febbraio 2017

STAGE D'INVERNO CON IL M. TAMBURELLI

Ciao Samurai!
Siamo finalmente pronti per l'imperdibile appuntamento invernale con il Maestro Tamburelli.

Due giorni di pratica intensa, meditazione, studio ed esercizio, per spezzare l'inverno con il calore dell'Aikido!

Sono benvenuti tutti i praticanti di ogni grado e federazione (purché debitamente assicurati per la pratica).

Vieni a praticare con noi?
Non mancare, ti aspettiamo!